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quarta-feira, 29 de junho de 2011

"Peter Falk" [1927-2011]




Que ele seja recordado sobretudo por um papel televisivo diz, afinal, tudo sobre a nossa relação tópica com a Arte, neste caso a do espectáculo.


Falo, como já se terá tornado evidente para quem me lê e já viu a fotografia que ilustra este texto, de Peter Falk, actor "de" Cassavettes, outro grande esquecido, membro com Sinatra, Dean Martin, Peter Lawford, Joey Bishop, Richard Conte, Sammy Davis Jr. e/ou Angie Dickinson do famigerado "rat pack", actor nascido em Nova Iorque a 16 de Setembro de 1927 e recentemente falecido, por causas não-divulgadas, aos 83 anos.


Sem a grande vulgarizadora, impiedosa niveladora e imensa banalizadora que é a televisão, não passaria, ao que tudo indica de um fulano baixinho, um pouco vesgo que "apareceu em alguns filmes". Era, todavia, actor suficiente para que Cassavettes o tivesse escalado para o elenco de alguns dos seus filmesde referência como o clássico "Husbands" onde contracena com Gena Rowlands, esposa de Cassavettes, Ben Gazzara, Mia Farrow e o próprio Cassavettes.


Que tenha ficado mundialmente famoso por um papel menor numa série policial demasiado óbvia e caricatural diz, repito, tudo sobre o que somos enquanto sujeitos [ou talvez mais exactamente enquanto objectos...] de Cultura e frequentadores das diversas formas de Arte [e de pseudo-Arte] existentes .

terça-feira, 3 de maio de 2011

"Há Crimes..."





... que têm a singular propriedade de gerar o efeito contrário ao pretendido pelos seus perpretradores.




A selvajaria ianque envolvendo o assassínio do seu ex-aliado Ussama Bin Laden, fez com que o meu unteresse pala cultura árabe, desperta nos tempos da Faculdade com a leitura dos poetas arábigo-andaluzes, ressurgisse reforçada por contraposição à barbárie dos cowboys ianques que levaram a cabo o crime.




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quarta-feira, 27 de abril de 2011

Vitorino Magalhães Godinho [1918-2010]



Era uma referência da historiografia nacional, como lhe chamou o "Expresso". Foi, também, um nome maldito durante o antigo regime para quem a História era, sobretudo, um instrumento conveniente e dócil de glorificação e confirmação da natureza supostamente "providencial" do 'regime', natureza essa bem patente no restauro dos painéis de S. Vicente, onde Salazar "aparece" pessoalmente anunciado, como se sabe.

Vitorino de Magalhães Godinho como Sérgio devolveram à História o carácter distanciadamente científico e fenomenologicamente objectivo que a singularíssima historiografia do 'regime' desconheceu por completo.


Um texto de V. Magalhães Godinho transcrito de harmonia do mundo-dot-blogspot-dot-com



A República contra o analfabetismo

«A República nunca foi verdadeiramente aceite por um grupo de privilegiados que se sentia confortável com uma monarquia que era um regime liberal de fachada, mas que ocultava uma coligação de interesses. Isto num país em que a esmagadora maioria da população era analfabeta e sofria uma influência extrema do pároco local. Não estamos a falar da Igreja Católica de hoje, mas da que vivia uma fase de reacção ultramontana.
(...)
A República criou o Instituto Superior Técnico, Escolas Superiores de Comércio e Indústria, Faculdades de Letras (na Universidade de Coimbra substituiu a Faculdade de Teologia por uma de Letras, o que criou, como seria de esperar, muita reacção nos sectores mais conservadores) e desenvolveu um sistema organizado de Ensino Superior.
(...)
No ideário de 1910, Pátria aparece sempre associada a República. Esta é uma forma de Estado, mas é também uma forma de sociedade construída sobre a cidadania e em que o povo tem acesso à civilização moderna, caracterizada pelo espírito científico e pela livre criação artística»

Fonte: Jornal de Letras, Artes e Ideias JL, nº 1044, 6/10/2010.


[Reblogado de Harmonia do Mundo]



sexta-feira, 15 de abril de 2011

Nella Morte di Vittorio Arrigoni


Pasquale Di Carlo 15/4 às 20:02 Vittorio Arrigoni L’ASSOCIAZIONE CULTURALE CASA ROSSA CONDIVIDE IL DOLORE DI CHI CON LA MORTE DI VITTORIO ARRIGONI SA DI AVER PERSO UN EROICO COMPAGNO CHE HA DEDICATO E SACRIFICATO LA PROPRIA VITA PER UN POPOLO MARTORIATO, IL POPOLO PALESTINESE. CIAO VITTORIO GRANDE CUORE, GRANDE UOMO.Palestinesi in lutto. Cerimonie ovunque nei Territori, un popolo dice addio a Vittorio I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania si uniscono oggi per commemorare Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano rapito e ucciso da un gruppo di sedicenti salafiti a Gaza City. Alle 16, come riferiscono dall'International Solidarity Movement, sono previsti due cortei: il primo partirà dalla piazza Al Manara di Ramallah (Cisgiordania) e l'altro dal parco del milite ignoto (Al Jundi al Majhull) a Gaza City. I partecipanti saranno accolti dagli attivisti dell'Ism, la stessa organizzazione in cui militava Arrigoni.Altri eventi sono in programma in tutti i Territori palestinesi, e un corteo spontaneo ha avuto luogo dopo le preghiere del venerdì nelle strade adiacenti al quartier generale dell'Onu di Gaza città. I villaggi di Bil'in e Al Masara hanno dedicato le loro celebrazioni settimanali a Vittorio ( fonte l'Ism ). Comunicato congiunto dei cooperanti italiani in PalestinaSembra di vivere in un incubo. Come spesso succede in Palestina, quando sembra che il peggio sia già accaduto - ci riferiamo all'inspiegabile uccisione di Jiuliano Mer Khamis a Jenin - il limite dell'orrore si sposta ulteriormente in avanti. Esprimiamo tutta la nostra sincera vicinanza alla sua famiglia, ai compagni dell'International Solidarity Movement e a tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere Vittorio, soprattutto nel corso degli ultimi anni, in cui nella Striscia di Gaza è stato un costante riferimento per tutti noi.Nel dicembre 2008, unico italiano, decise di rimanere al fianco della popolazione di Gaza durante l'operazione Piombo Fuso, il massacro perpetrato dall'esercito israeliano che ha provocato circa 1.400 morti in meno di un mese. A questo si è aggiunto un lavoro quotidiano di responsabilità e grande umanità, accanto alla popolazione di Gaza, sottoposta alla punizione collettiva e ad un assedio illegale e brutale da parte del governo di Israele. Vittorio si è anche distinto per un eccezionale lavoro di documentazione delle quotidiane violazioni dei diritti umani della popolazione palestinese, oltre alle attività d'interposizione fisica e di accompagnamento dei pescatori e dei contadini di Gaza, impossibilitati a pescare e a lavorare le proprie terre.Oggi in diverse città della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sono in corso manifestazioni pubbliche per ricordare Vittorio e per chiedere che la legalità venga riportata nella Striscia di Gaza, per una giusta pace e per la liberazione della popolazione dal brutale assedio a cui è sottoposta ormai da quattro anni.Siamo accanto ai palestinesi di Gaza e li ringraziamo della commossa solidarietà che ci hanno dimostrano in queste ore, loro prime vittime e spettatori sgomenti dell'accaduto e primi orfani di questa voce che negli ultimi anni è stata la loro voce e la loro piu' diretta testimonianza.Invitiamo l'opinione pubblica a non operare la solita banale equazione, fuorviante e controproducente tra palestinesi, terroristi, islàm e fondamentalismi. Che questo sforzo di comprensione e di analisi dell'accaduto sia anche un segnale di dovuto rispetto alla memoria di Vittorio stesso, che con il suo lavoro di solidarietà incondizionata ha dimostrato come il sentimento di umanità non ammetta discriminazioni legate alle fedi religiose o alle appartenenze culturali e politiche.Facciamo appello alle autorità responsabili nella Striscia di Gaza perché facciano luce sull'accaduto. Ci aspettiamo che la comunità internazionale eserciti pressioni affinchè questa ennesima tragedia non serva a giustificare un ulteriore accanimento sulla popolazione civile di Gaza da parte delle autorità israeliane. Chiediamo anzi che oggi piu' che mai la popolazione di Gaza non venga abbandonata al suo isolamento, vittima inerme delle aggressioni militari, ma anche delle faide interne tra fazioni che assolutamente non la rappresentano. Le Ong italiane continueranno a garantire il loro impegno nella Striscia di Gaza, come fanno ormai da tanti anni, per sostenere le necessità della popolazione, per rafforzare le componenti della società civile impegnata quotidianamente nella difesa della dignità e dei diritti umani, per promuovere i principi della pace e della solidarietà internazionale, come ha fatto Vittorio negli ultimi anni della sua vita. RESTIAMO UMANI.L’ASSOCIAZIONE CULTURALE CASA ROSSA CONDIVIDE IL DOLORE DI CHI CON LA MORTE DI VITTORIO ARRIGONI SA DI AVER PERSO UN EROICO COMPAGNO CHE HA DEDICATO E SACRIFICATO LA PROPRIA VITA PER UN POPOLO MARTORIATO, IL POPOLO PALESTINESE. Da Associazione Culturale CASA ROSSA.


Ripublicato dal Facebook


[Imagem ilustrativa extyraída com a devida vénia de city-data-dot-com

quarta-feira, 23 de março de 2011

Elisabeth Taylor, "Sois belle et tais-toi! [1897-2011]


O que parecia impossível aconteceu ontem: a morte de um ser... "imortal": Elisabeth Taylor.

Num mundo como o de hoje povoado de Charlie Sheens e Madonnas, é difícil apreender em toda a sua "escandalosa" extrensão, o que foi o mito de Elisabeth Taylor nos púdicos anos e décadas do salazariasmo: o casamento com o marido da melhor amiga: Eddie Fisher [também ele recentemente falecido e que se divotciou de Debbie Reynolds para casar com Taylor], o casamento e o divótcio com novo casamento com Richard Burton, as ruidosas discussões entre ambos, o fenómeno "Cleópatra" [um mega-sucesso pop que o não terá sido tanto do ponto de vista comercial que ajudou a consagrar, Taylor como "man-eater". Tudo isto excitava prodigiosamente, de modo, repito, difícil de apreender hoje, o amodorrado e forçadamente "recatado" Portugal de '50 e '60.

E, no entanto, Taylor foi mais do que um ponto absolutamente referencial do "star system": fcomeçou potr ser actriz: foi a menina ingénua dos primeiros "Lassie", foi, depois, a deslumbrante "leading lady" de "Raintree County" do equívoco Edward Dmytryk na pwersionagem da "southern Belle" à la Scarlett O'Harapor quem Monty Clift se perdia de amores a ponto de por ela sacrificar um casamento "respeitável", numa espécie de espelho que foi, também prenúncio do que se passaria na vida real com o já citado "caso" Eddie Fisher/Debbie Reynolds.

Além de Cleópatra, Taylor foi, ao lado de Burton, a explosiva "megera aprisionada" de Shakespeare cinematograficamente "revista" pelo muito oportunista e "comercialão" Zefirelli, num filme que aproveitou, também ele, a "boleia" de uma certa imagem pública da estrela agora desaparececida [asperamente posta em causa pelo próprio Papa que a catalogou como "vagabunda sexual"] .

"Fez"ainda [diria eu: "como pôde", "with lots of sound and fury as was required"] Tennessee Wuilliams num papel clássico: o de "Maggie, a gata" em "Cat On A Hot Tin Roof" de R. Brooks, com *aul Newman e Burl Ives. Além de Williams "fez" ainda Albee no cinema, ao lado do inevitável Burton em "Who's Afraid of Virginia Wolf?" além de protagonizar uma adaptação de Carson McCullers, "Reflections In A Golden Eye"" ao lado de Marlon Brando, Brian Keith e de uma quase perfeita Julie Harris.

Taylor foi, como atráss digo, uma refeência no contexto do "star system" cuja carreira foi consistentemente orientada no sentido da "recuperação de uma imagem público tumultuosa que era quase garantia prévia de sucesso em termos de "box office", objectivo procurado e alcançado sempre em detrimento da actriz.

Além do que atrás refiro, a sua extraordinária beleza terá igualmente contribuido, como tantas vezes sucede, de forma perversa para ofuscar as qualidades da actriz em detrimento da "estrela".
Faleceu ontem com 79 anos.

quarta-feira, 2 de março de 2011

Jane Russell [1921-2011]



Mais uma "imortal" que nos deixa. Nos anos 50 e 60, os anos de ouro da "cinefilia "de muito boa gente [portuguesa e não só], não havia foyer de cinema que não tivesse a sua fotografia ao lado das de Ava Gardner, Marilyn Monroe, Robert Mitchum, Tyrone Power, James Dean, Robert Taylor, Lana Turner, Grace Kelly, Elisabeth Taylor ou Sofia Loren.

Quem a "descobriu" e trouxe para o cinema foi o "complicado" Howard Hughes que a incluíu no elenco do "escandaloso" "The Outlaw" um filme de choque que esteve para ser dirigido por Howard Hawks mas que acabaria realizado pelo próprio Hughes.

Como tantos outros actores e actrizes, na fase final da vida adoptou um posicionamento político ultra-conservador.

Com Marilyn Monroe protagonizou o clássico "Gentlemen Prefer Blondes", esse sim, dirigido por Hawks e diversos filmes da série "Paleface" com Roy Rogers e Bob Hope, filmes que, entre nós passaram com a designação genérica d' "o valentão das dúzias".

Durante toda a sua vida Russell foi uma espécie de "resposta" morena a Monroe [das duas dizia Hawks que "funcionavam tão bem que quando se lhe acabavam as ideias, punha ambas a deambular pelo set] [*], numa altura em que todas as cinematografias procuravam encontrar a sua ou até outra Marilyn, dos próprios Estados Unidos com Mamie van Doren ou Jayne Mansfield a Inglaterra com Belinda Lee e Diana Dors a França onde Simone Signoret chegou a "candidatar-se" ao "papel ao próprio Japão, onde Machico Kyo chegou a ser dela considerada uma versão local sendo aquela [refiro-me à de Russell como a uma espécie de "Monroe morena"] uma imagem alternativa que provém directamente do clássico de Hawks que, como disse, juntou ambas, Russell e Monroe.

Mas Russell chegaria mesmo a protagonizar em 1955, uma espécie de glosa do filme significativamente intitulada "Gentlemen Marry Brunettes", dirigido por Richard Sale, co-produzido pelo próprio marido de Russell, Bob Waterfield. e co-protagonizado por Jeanne Crain.

Com ela desaparece um pouco mais de todo um paradigma e uma era do cinema não apenas americano, uma idade de ouro do chamado star system onde Jane Russell, como Monroe, ocupou um lugar inquestionavelmente de referência.


[*] Cf. Andrew Sarris, "Entrevistas Con Directores de Cine , trad. castelhana de Mariano Perrón e Mariano del Pozo, ed. Novelas y Cuentos, série "Entrevistas", Madrid 1972.

sábado, 8 de janeiro de 2011

"Duas Memórias Cinematográficas"

Duas actrizes que nos deixaram, também elas, no ano recentemente findo e que, com saudade e emoção, através da sua efígie e da recordação do seu contributo para a Arte do Cinema, aqui se evocam: Jill Clayburgh, actriz que foi também de Teatro [foi com Richard Dreyfuss intérprete de grandes dramaturgos como Arthur Miller, "All My Sons", Noel Coward, "Design for Living", no papel que Miriam Hopkins fez no cinema no filme de Lubitsch, com Fredric March e Gary Cooper; Tom Stoppard, "Jumpers" ou Neil Simon, "Barefoot in the Park"] e que só já relativamente tarde alcançou o estrelato cinematográfico.

Comparada pela grande crítica cinematográfica Pauline Kael, do "New Yorker" a Jean Arthur, outra grande estrela, foi entre outros intérprete do perturbante "La Luna" de Bertolucci [onde a voz de Maria Callas substituía a sua própria nas cenas de canto] ou "Uma Mulher Solteira" de Mazurski.

Faleceu de leucemia, após uma luta de vários anos com a doença .

A segunda actriz que aqui se evoca é a britânica Jackie Burroughs.

Francamente menos conhecida do que Clayburgh foi actriz de televisão tendo, no cinema constado do elenco, por exemplo, de "The Dead Zone", de David Cronenberg.

Também de cancro.

quarta-feira, 5 de janeiro de 2011

"Malangatana Valente, 1936-2010"


Morreu Malangatana!

Era um dos meus "pintores naturais" preferidos, com aspectos de um Guimarães muito mais épico e articulado ou de um Mirò ainda mais visionário e disposto a ir fabularmente mais longe onde, nos seus melhores momentos, brilhava um impulso narracional e um empolgante sopro global que trazia ao espírito imediatamente Picasso, o Picasso sinfónico dos grandes frescos visual e iconceptulamente panfletários---temperado com algo "muito bem diluído" [como diria um mais imaginativo... 'gastrónomo das formas'] de Paula Rêgo.

Foi, com efeito, um artista plástico empolgante, muito sofisticada e, por isso, muito falsamente "naïf", cultor de um 'vitalismo' plástico e até de concepção ou entendimento e intuição pessoais da realidade que fazem, por vezes, pensar nessas arrebatadoras e quasi-hipnóticas sínteses concepcionais e textuais do chamado 'realismo fantástico' latino-americano.

Os seus fabulosos e, por vezes, inquietantemente apocalípticos 'retábulos barrocos habitados' com algo, por exemplo, de pilha de corpos em campo de concentração e/ou cerimonial dos mortos mexicano empolgam visual, plástica e concepcionalmente tanto quanto inquietam filosoficamente pela visão da condição humana que têm pressuposta ou colada---"tecida"...---às próprias formas e que, a mim, em especial, que cunhei o termo e defini o conceito, apontam para a ideia muito beckettiana de "trans-realismo" no método e de "comédia ontológica" na concepção teórica final.


Morreu, hoje, 5 de Janeiro, aos 74 anos, no Porto.

quarta-feira, 22 de dezembro de 2010

sábado, 18 de dezembro de 2010

"Luís Garcia Berlanga, 1921-2010"


Faleceu escasso tempo antes de, por coincidência, termos podido rever no grande écrã para o qual foi naturalmente concebido, no âmbito de um ciclo recente de Cinema Espanhol ["III Ciclo de Cinema Espanhol, Contrastes, Entonces y Ahora"] com filmes exibidos no S. Jorge, a sua obra-prima, "Bienvenido Mr. Marshall".

Foi, como alguém, disse um "acrata" inspirado, um "não-integrado" ou um "apocalíptico", um "Homem Necessário" [se alguma vez me ocorresse a mim próprio cunhar um termo para designar aqueles 'indivíduos de lucidez e talento' que operam sempre, no limite, como uma espécie de "espelho móvel, consciencial e crítico" das sociedades onde (não?) se inserem, seria esse de "homem necessário", uma espécie de 'retoma significada' às avessas da expressão/ideia marcusianas do "Homem Unidimensional" mas, de igual modo, de paráfrase irónica dos homens "providenciais" que, em lugar de operarem como consciências das respectivas sociedades as fazem abusivamente reféns de si, parecendo, em algum momento, fazê-lo]; um "homem necessário", pois, de génio que pôs quase tudo na "hispanidade" em questão, desde a igreja católica ["Los Jueves Milagro"] a um certo "ibericismo" delirantemente provinciano e sempre mais ou menos alegremente alheio à realidade e à ciência ou aos modos políticos consistentes de transformá-la ["Bienvenido Mister Marshall"] passando pela análise lúcida de diversos aspectos das relações entre as classes ["Plácido"].

Possuía um estilo subtilmente irónico não isento de cordialidade, calor humano e compreensão, de uma profunda e comovida, humanidade e mesmo amorosa cumplicidade de que "Bienvenido Mister Marshall" é um exemplo imorredouro---um estilo que a necessidade de subtilizar exaustivamente as mensagens, imposta pelo franquismo, potenciou e obrigou a aperfeiçoar e a transformar numa prática ou mesmo numa... praxis cada vez mais estável e tópica e não exclusivamente, como é óbvio, do seu cinema.

Da sua colaboração com Azcona e com outro "B", outro "mosqueteiro" do cinema espanhol, Bardem---o grande Bardem de "Calle Mayor" e "Muerte de un Ciclista", fica uma obra magnífica [o terceiro "B" foi Buñuel, outro empolgante cineasta que o franquismo---com a sua típica pulsão fascistóide para "puxar da pistola repressiva, auto/censória, na presença da inteligência e da cultura...--- tratou caracteristicamente mal...]; da sua colaboração com Azcona e Bardem, dizia, nasceu uma obra única que o Tempo merecidamente consagrou, como ainda recentemente, através dessa obra-chave que, através dos tempos, nos fala da "europeização forçada" em curso que é "Bienvenido...", pudemos reconfirmar.

À semelhança do que sucedeu com tantos outros intelectuais e homens de cultura foi no franquismo que a sua obra atingiu o auge da sua capacidade de intervenção estética, cultural e [no melhor sentido da palavra] política, fornecendo , à sua perversíssima maneira, a ditadura o enquadramento ideal ao seu modo tão característica mas, como disse, sobretudo, tão subtilmente incisivo, de olhar a realidade social, cultu[r]al, mental e política espanhola do seu [e, de algum modo perfeitamente demonstrável, também do nosso...] tempo.

Faleceu em Madrid, a 13 de Novembro, de causas naturais.

sexta-feira, 17 de dezembro de 2010

"Blake Edwards, 1922-2010"


Não era, definitivamente, um dos meus realizadores "de cabeceira" e nunca ultrapassou---em meu entender, pelo menos---o nível do profissional consistente com uma obra globalmente respeitável ainda que não propriamente equilibrada, não... 'orgânica', de que se destacam coisas como "Wild Rovers", um western razoavelmente interessante, por exemplo, mas acima de tudo "Breakfast At Tiffany's", baseado numa novela de Truman Capote, uma obra onde Edwards consegue, efectivamente, de uma forma particularmente notável e inspirada, criar uma atmosfera de sugestiva e discretamente crepuscular improbabilidade e, por vezes, de quase onírica e mesmo subtilmente desesperada imponderabilidade e solidão a dois, onde a diáfana Audrey Hepburn, no papel hoje clássico, de Holly Golightly é, de facto, inesquecível e até icónica.

Edwards foi casado vários anos com Julie Andrews, que dirigiu num dos seus grandes sucessos, "Victor/Victoria",um filme construido com alguma ousadia [a começar por essa de "sexualizar" abertamente e logo num registo de óbvia ambíguidade a 'imaterial' Julie Andrews] mas, para muitos, ficará, sobretudo, conhecido como o homem a quem devemos o pequeno acervo de filmes protagonizados por Peter Sellers na figura do inspector Clouseau, recentemente retomado por Steve Martin sem o mesmo sucesso.

O cómico da dupla Edwards/Sellers é um cómico algo previsível e mesmo consideravelmente fácil e estereotipado [curiosamente, tanto Sellers como Edwards foram, na vida real, pessoas "complicadas", Edwards num registo existencial que meteu tentativas de suicídio pelo meio e tudo], um cómico para "fiéis" de Sellars mas a verdade é que---talvez, até, por isso mesmo, pela sua facilidade e relativa previsibilidade---os filmes [onde foi lançada a "personagem" que viria, aliás, a quase "roubar" os filmes a Sellars da pantera para sempre ligada ao fabuloso tema nusical de Henry Mancini] conheceram um suceso popular notável.

Além de realizador e argumentista, Edwards foi, também, actor com pequenos papéis em filmes como "Thirty Seconds Over Tokyo" com Spencer Tracy e, sobretudo, no clássico de William Wyler "The Best Years of Our Lives".


Faleceu a 16 de Dezembro na Califórnia de pneumonia.

terça-feira, 7 de dezembro de 2010

"Mario Moniccelli, 1915-2010"


A propósito do falecimento do grande Mario Moniccelli, tomo a liberdade de reproduzir aqui do "Facebook", com a devida, o texto que se segue, extraído da página de um dos meus "Amigos" dessa rede social, o Partito Communista di Alessandria:

In memoria di un rivoluzionario por Prc Alessandria
Terça-feira, 7 de Dezembro de 2010 às 10:21

Mario Monicelli ha deciso di non essere più in mezzo a noi.


Attraverso il cinema questo esile e grande uomo, con dignità e senso dell’umorismo, si è battuto sempre per la giustizia e l’uguaglianza.

Ha parlato di guerra, di amicizia, di comunismo, di storia, di femminismo, e ancora pochi mesi fa di “rivoluzione”.

Il suo sguardo è sempre stato quello degli umili, di chi combatte.
Per questo non bisogna essere particolarmente colti o appassionati di cinema per amare questo grande regista.

La rassegnazione di Capannelle che si mette a mangiare pasta e ceci dopo aver sbagliato a fare il buco nel muro, ne I soliti ignoti, ce la ricordiamo tutti.

Così come tutti ci ricordiamo della simpatia e della forza vitale di Monica Vitti, ne La ragazza con la pistola.

O della disperazione di Alberto Sordi quando, in Un borghese piccolo piccolo, vede morire il figlio a causa di una rapina.

Ha fatto tanti film Mario Monicelli e ha saputo non solo raccontare questa nostra Italia ma ne ha sottolineato i tratti, evidenziato le caratteristiche.

Monicelli ha saputo produrre arte di altissimo livello attraverso la trasposizione in vite vissute delle caratteristiche della nostra gente.

C’è molta più comprensione dell’Italia in molti suoi film che in tanti trattati sociologici.

Mi piace pensare che Monicelli ha saputo fare questo proprio perché comunista, perché rivoluzionario.

Monicelli non era un regista e poi un comunista.

Egli ha fuso insieme questi due termini, da un lato assumendo un particolare punto di osservazione del mondo - dal basso - e dall’altro ponendo il problema del trascendimento della realtà qui ed ora, della ribellione. «La speranza, diceva, è una trappola inventata dai padroni.

Bisogna avere il coraggio di ribellarsi... e cercare il riscatto che in Italia non c’è mai stato».

Vi è in questa frase una forza enorme; un comunismo non ridotto a pratica religiosa della speranza nel futuro ma, al contrario, il comunismo vissuto come urgenza del cambiamento qui ed ora.

Il coraggio di ribellarsi è quella scintilla, quello scarto, che ci parla della possibile costruzione di una soggettività non inscritta nel dominio di quelli che lui giustamente chiamava padroni.

L’antipatia per il potere, per l’arroganza, per la sopraffazione, per il cinismo e un interesse vero per tutto ciò che riguardi la dignità umana.

Lo stesso senso della dignità umana che l’ha portato probabilmente a togliersi la vita pur di non finire, malato, a dover dipendere da chissà quale meccanismo medico.

Lo vogliamo ricordare così, comunista non pentito, che ci ha accompagnato con i suoi film, ci ha onorati con la sua iscrizione a Rifondazione e con il sostegno nelle campagne elettorali.

Grazie Mario, per quello che sei stato e per quello che hai fatto.

Paolo Ferrero: Segretario Nazionale PRC.

segunda-feira, 29 de novembro de 2010

"Leslie Nielsen, 1926-2010"


É um daqueles actores condenados a um certo estatuto irregressivelmente secundário e menor porque excessivamente pop devido ao tipo de filme a que o seu nome é, a partir de dado momento, definitivamente associado.

No caso de Nielsen, actor canadiano nascido em 1926 e falecido a 28 de Novembro de 2010, o momento foi o ano de 1980, quando foi incluído no elenco de "Airplane", uma farsa baseada no ultra-famoso "Airport", um filme-catástrofe de enorme sucesso internacional realizado por George Seaton e protagonizado por um elenco de velhas estrelas de Hollywood, algumas delas já um pouco decadentes e francamente menos solicitadas [mas ainda capazes de conferir uma certa "respeitabilidade promocional" reconhecível a este tipo de filme] outras nem tanto como Dean Martin, Burt Lencaster, Van Heflin, Maureen Stapleton, Lloyd Nolan ou Jessie Royce-Landis.

Nielsen, que se estreara no cinema, como intérprete, em "Ransom" de Charlie Telfer, de 1955, protagonizaria, pois, a "charge" que Jim Abrahams dirigiu, como disse, em 1980 e, a partir daí, quando o género filme-catástrofe tendia já claramente para o esgotamento e se tornara mesmo já, sob inúmeros aspectos, uma espécie de caricatura involuntária e constante de si próprio, constaria do elenco de diversas paródias incluidas numa espécie de vago "contra-género" ou "trans-género" que incluiria "citações" paródicas, sempre assentes num registo de cómico muito físico e imediato, muito... "extremo", por vezes integrando uma assumida i/lógica de cartoon, do próprio filme-catástrofe mas não só estendendo-se, por exemplo, ao "gore" ou "extreme" ["Scary Movie"] ou à ficção científica ["2001 a Space Travesty"].

No entanto, os começos de Nielsen no cinema haviam sido perfeitamente "sérios", tendo, em minha opinião, atingido o apogeu da sua "primeira carreira", aliás razoavelmente discreta, ao lado de Anne Francis e de Walter Pidgeon, numa espécie de remota releitura espacial d' "A Tempestade" de Shakespeare, o clássico "Forbidden Planet" de Fred Wilcox [de 1956].

A partir daí, a carreira de Nielsen no cinema pareceu, durante vários anos, condenada a uma certa secundaridade e a um anonimato mais ou menos persistente [transferida de forma substancial para a televisão onde interveio em séries na sua época famosas como "Dr. Kildare" com Richard Chamberlain, "The Fugitive" com David Janssen, "Kojak" com Telly Savallas ou "M.A.S.H." com Alan Alda] quando, como disse, em 1980, é subitamente relançada, naquele registo completamente imprevisto para o qual Nielsen parecia estar tudo menos talhado.

A natureza do cómico por que ficará seguramente conhecido das audiências mais modernas---um cómico, como disse, muito físico, sem grandes complexidades técnicas ou intelectuais, caracterizado exactamente ao contrário pelo imediatismo facilmente identificável [e "consumível"] das referências, pela saturação intencional dos vários dispositivos cómicos, pelos excessos histriónicos e pela assumida improbalidade material dos gags apontando claramente para o desenho animado [interpretou mesmo, num filme de 1997, uma personagem directamente originária desse mesmo universo particular, 'Mr. Magoo']---não exigia muito do actor, jogando antes na desconstrução óbvia e extrema dos objectos fílmicos e cultu[r]ais que citava e sobre os quais cada filme ia incidindo mas, também, da própria imagem de galã que Nielsen trazia imediatamente consigo e que começava imediatamente a subverter mal entrava em cena.

Estava já há algum tempo internado com uma pneumonia e faleceu pacificamente, em Fort Lauderdale, na Flórida, enquanto dormia.

quarta-feira, 3 de novembro de 2010

"Marcelino Camacho---A Morte de um Sindicalista"


Adaptado da Wikipédia, a enciclopédia grátis.


Marcelino Camacho Abad (Janeiro, 21, 1918 – Outubro 29, 2010), sindicalista e político, foi membro fundador das Comisiones Obreras (CC.OO) e o seu primeiro secretário-geral, cargo que ocupou entre 1976 and 1987.

Entre 1977 e 1981, desempenhou o cargo de deputado às Cortes espanholas pelo Partido Comunista.

Nascido em Osma, província de Soria, filho de um ferroviário com actividade sindical, Camacho cedo se familiarizou com as posições da esquerda socialista espanhola.

Em 1935, aderiu à organização juvenil do Partido ao mesmo tempo que iniciava a actividade sindical.

Durante a Guerra Civil de Espanha, Camacho combateu como soldado no exército governamental republicano nas frentes de batalha do centro e do sul do país.

Terminada a guerra, foi feito prisioneiro pelos sediciosos franquistas triunfantes do conflito e instalados no poder e condenado a trabalhos forçados, integrado num batalhão disciplinar sedeado em Marrocos.

Em 1944, juntamente com outros companheiros de infortúnio, logrou evadir-se e alcançar Orão, na Argélia Francesa, onde existia uma activa colónia de exilados espanhóis.

Aí, retomou a actividade política na célula local das Juventudes Socialistas onde viria a travar conhecimento com a futura esposa, Josefina Samper.

Preso em '67 permaneceu nove anos no cárcere tendo saído em 1973, indultado no âmbito de um famoso "Processo 1001" em que foram julgados diversos sindicalistas espanhóis.

Faleceu em Outubro deste ano sem nunca abandonar a militância partidária no P.C.E.

sexta-feira, 15 de outubro de 2010

"Alfredo Margarido, 1928-2010"


Teve, segundo evocavam ainda bem recentemente depoimentos vários vindos a público por ocasião do seu falecimento, múltiplos atributos e qualidades, de ordem quer pessoal [como homem de esquerda, de assumido posicionamento anti-colonialista] quer profissional [como professor, sociólogo] âmbitos que não cheguei a conhecer o suficiente para que sobre eles me pudesse pronunciar com seriedade e rigor que lhe fizessem a ele [e a mim próprio] justiça.

Já como tradutor e artista plástico fui tendo ao longo da vida, das vidas de ambos, ensejo de privar com a actividade de Alfredo Margarido o bastante para me ter sido possível guardar de ambas as actividades imagens mentais [e emocionais] que se pautam sempre basicamente pelo respeito intelectual e pela admiração crítica, admirando, na primeira, sobretudo, o estilista esclarecido, competente, exigente e rigoroso e, na segunda [de algum modo, em contraste com essa faceta disciplinada e necessariamente mais contida por óbvio imperativo de escrúpulo e rigor profissionais] o [num certo sentido, falso] 'romântico' de traço delicado e subtilmente inquieto, o criador de cromatismos frágeis e melancólicos, labirinticamente inquisitivos [do espaço como das próprias ideias e das sugestões que este, rasgando-se---ou dilacerando-se---com sapiente inteireza e estoicismo à silenciosa cutilada da cor---arquitecta continuamente sobre si mesmo]; recatadamente sofridas visualizações [quase?] metafísicas da lenta e reflectida geometria de um olhar interior sempre em inquieto [e dilacerado] equilíbrio sobre a memória, impiedosamente percorrida e implacavelmente questionada.

Do escritor original, fica-me a memória do homem que, em Portugal, sobretudo, com "No Fundo Deste Canal" [um título espantoso!] "profetizou" ou "adivinhou" um Robbe-Grillet, um Butor, uma Duras, um Le Clezio, uma Sarraute ou até um Beckett, toda essa inquieta [e inquietante] "era da suspeita" ontológica mas também textual que, entre nós, iniciaria, timidamente embora, uma pós-modernidade mental e cultu[r]al ou crítica que nunca mais cessaria de crescer e desenvolver-se, para o bem como para o [inevitável, funesto e quase fatal...] pior---e pela qual a cultura europeia acabaria aliás, por, com raríssimas e honrosas excepções, em última análise, optar...

sexta-feira, 1 de outubro de 2010

"Tony Curtis 1925-2010"

Se com a morte de Arthur Penn, recentemente ocorrida, o Cinema perdeu um dos seus mais interessantes e até, sob muitos aspectos, referenciais realizadores ["Bonnie & Clyde" de Penn permanecerá sempre como um dos mais empolgantes e extraordinários objectos cinematográficos de sempre] com Tony Curtis é todo um outro universo social e cultu[r]al que chora a perda de um dos seus mais definitivamente marcantes e emblemáticos rostos: o mundo das hoje... "arqueológicas" "fotonovelas" e das matinés de cinema de bairro onde regularmente afluia, completamente rendida aos olhos azuis e à poupa tão... "de época" do Sr. Tony Curtis Bernard Schwartz, um francamente pouco flexível actor de origem judaica húngara, em geral razoavelmente canastrão, "tudo o que era" costureirinha ou aprendiza de cabeleireira nesses remotos anos 50 de provinciana e salazarista memória nacional.

Para o pequeníssimo proletariado, sobretudo, urbano, e, dentro deste, sobretudo, feminino da época, Curtis, de algum modo, foi o que James Dean foi para a pequena e média burguesias da época: um ícone estético, um rosto ideal para os sonhos, inclusive [ou sobretudo?...] os de índole [mais ou menos disfarçadamente, como era "de rigor", nestas matérias, ao tempo...] erótica...

Como actor andou, como disse, em geral, longe do brilhantismo [consta que Sidney Poitier se mostrou de início renitente em tê-lo como 'co-star' no elenco de "The Defiant Ones", de Stanley Kramer, num papel que acabaria, aliás, porém, por valer-lhe uma nomeação para o Óscar de melhor actor] e mau grado cineastas de excepcional craveira como Kubrick [em "Spartacus"], Billy Wilder [que com ele, Marilyn Monroe e Jack Lemmon fez o clássico "Some Like It Hot"/"Quanto Mais Quente Melhor"] ou Alexander Mackendrick em "Sweet Smell of Success"/"Mentira Maldita" [num papel pelo qual teve, também, aliás, de lutar e até antes do outro que atrás cito...] terem, em especial no caso do primeiro [em "Sweet Smell of Success", por exemplo, Curtis tem mesmo de representar] sabido tirar do "boneco" que ele sempre, de um modo ou de outro, fez/foi no cinema, efeitos que outros, menos talentosos, estiveram, de facto, longe de conseguir.

No tal plano pop onde Curtis possuiu, como disse, um estatuto icónico, o seu maior sucesso nacional terá, todavia, sido um "polpudo" "Trapeze"/"Trapézio" de Sir Carol Reed [o primeiro filme americano do realizador oficial de "The Third Man"---oficial porque deste se diz que Orson Wells não está "completamente inocente" no que respeita à autoria do filme...]; "Trapeze" onde Reed juntou Curtis a Burt Lencaster e a Gina Lollobrigida num colorido e agitado triângulo edipiano que fez, como disse, furor em Portugal.

Foi casado nada menos do que seis vezes, da primeira delas com Janet Leigh com ela constituindo durante os onze anos em que durou o casamento um casal de referência no mundo do cinema.

Outra das suas mulheres foi Christine Kauffmann, uma actriz alemã que com ele contracenou em "Tarass Bulba", uma flácida, inexpressiva e muito melancólica adaptação da obra de Tolstoi, realizada pelo vulgaríssimo J. Lee Thompson.

No declínio relativamente a esses anos dourados, Curtis [que teve graves problemas relacionados com o consumo de álcool e de drogas--- tão trágica quanto curiosamente, o seu filho Nicholas morreria de overdose...] trabalhou na televisão [fez, por exemplo, com Roger Moore uma série que chegou a alcançar grande sucesso entre nós, "The Persuaders"] pintou [como diversos outros actores e realizadores de Jack Palance a Tim Burton foi igualmente pintor, influenciado sobretudo por Matisse] e escreveu: uma autobiografia: "American Prince: A Memoir", um romance: "Kid Cody and Julie Sparrow" e um segundo livro de memórias ["a memoir"] com o improvável [e astucioso...] título de "The Making of Some Like It Hot: My Memories of Marilyn Monroe and the Classic American Movie".

Em resultado dos excessos a que se dedicou era portador de cirrose hepática mas a causa da morte terão sido problemas relacionados com a doença oclusiva pulmonar respiratória de que igualmente sofria.

quarta-feira, 29 de setembro de 2010

"Arthur Penn, 1922-2010"


Morreu Arthur Penn.

Com ele, morre um dos mais importantes e brilhantes cineastas norte-americanos que foi também um dos mais europeus.

Em termos cinematográficos, foi, basicamente, um homem da "década política" de '70 embora a sua carreira no cinema tivesse começado em 1958 com "The Left-Handed Gun" com Paul Newman [não por acaso, durante algum tempo visto como uma espécie de Marlon Brando menor] um filme onde era evidente um espírito que Penn partilhava com cineastas como Nicholas Ray, por exemplo ou até com Elia Kazan, o Kazan 'dessa altura', o Kazan do desconforto e das personagens stanislavskianas e inadaptadas; Kazan, o "revolucionário" cuja contestação começava logo na própria técnica de representação e, pelos vistos [ao contrário de Penn] acabava também, em larga medida, aí, como posteriormente se comprovaria.

Foi, dizia eu, um homem da "década política", marcusiana, do Cinema Americano e em geral da História do mundo [com a guerra do Vietname "lá" e toda uma série de conflitos de libertação anticolonial "cá", i.e. envolvendo várias potências europeias entre as quais Portugal] e diversos fenómenos de guerra social em Itália, na Alemanha e em França, por exemplo; foi, dizia, um homem da "década política" do Cinema Americano, mau grado a estreia [e logo com esse excelente western humanista e psicológico que foi o citado "The Left-Handed Gun"] e mau grado aquele que foi, sem dúvida, o seu filme mais determinante e icónico, a sua obra-prima servida por uma montagem absolutamente fabulosa [e fabulosamente revolucionária] de Dede Allen, "Bonnie & Clyde" datar já da década de '60.

"Bonnie & Clyde" é o "À Bout de Souffle" e até um pouco, [ressalvadas as devidas proporções] o "Pierrot le Fou" de Penn: um filme esteticamente muito "europeu", muito... godardiano, desesperadamente louco, lucidamente niilista e esplendorosamente apocalíptico: um suicídio político verdadeiramente arrebatador e absolutamente inesquecível, de uma beleza desesperadamente final e absoluta.

Depois dele, Penn faria ainda em 70, um relevante "The Little Big Man" com Dustin Hoffman e um terceiro "western", "The Missouri Breaks", com Marlon Brando e Jack Nicholson.

A partir dos anos '80, Penn dirigiria ainda uma curta série de filmes que ficaram, todavia, sempre, muito aquém do êxito [e do interesse, da relevância] dos seus maiores sucessos e, no final da carreira regressaria mesmo à televisão onde foi produtor executivo de uma série de grande sucesso, de resto, ainda em exibição, "Law & Order".

Faleceu de ataque cardíaco com 88 anos.


[Na imagem: Arthur Penn dirigindo Faye Dunnaway e Warren Beatty em "Bonnie & Clyde"]

domingo, 26 de setembro de 2010

"Eddie Fisher, 1928-2010


Embora nos E.U.A. [onde nasceu em Filadélfia, no ano de 1928, filho de russos imigrados] tivesse atingido o estrelato tendo sido trazido para o mundo do espectáculo por Eddie Cantor, um cómico de grande sucesso popular no seu tempo, em Portugal esteve sempre, com Perry Como ou Vic Damone, por exemplo, numa espécie de segunda ou terceira linhas de "crooners" "importados", incomparavelmente menos conhecidos [e apreciados] à cabeça dos quais se achavam nomes como os de Frank Sinatra ou [o para mim, muito melhor em tudo!] Dean Martin.

Entre nós, Fisher ficaria sobretudo associado a um "escândalo" mediático que foi o divórcio de Debbie Reynolds, com quem constituiu de 1955 a 1959, uma espécie de casal ideal intensivamente usado pela imprensa norte-americana e pelo seu próprio marketing profissional e comercial como modelo de juventude, beleza e sucesso.

No provinciano Portugal da época, Fisher, que deixou a mulher, muito jovem, para casar com Elisabeth Taylor, amiga do casal, pouco [de facto, coisa alguma!...] faltou para que fosse apresentado como um perigoso "immmoraliste" [para citar um título famoso de Gide] e uma ameaça para a solidez das instituições [o casamento era à época uma dessas instituições literalmente intocáveis para o opressivo conservadorismo "moral" da ditadura, hipocritamente apoiado num moralismo farisaico e repressor que se confundia amiúde intrinsecamente com o próprio 'regime', inclusive na sua vertente estrita---e estreitamente!---política].

Já Taylor vinha, pelo seu lado, pôr em causa a imagem dócil e discreta da 'Mulher ideal' católica e salazarista, sexualmente inexistente [ou apenas... "funcionalmente" existente] e, por isso, naturalmente desprovida do direito moral e especificamente político-jurídico à afirmação de um erotismo próprio e autónomo, independente do do homem [para uma parte da "hermenêutica" mediática da época ela foi, neste contexto, a Eva, mais velha e "experiente", que "roubou" o jovem Adão à inocente Reynolds, fornecendo assim um rosto e uma circunstância visível, a seu modo, tópica, ao paradigma abstracto, à época cultu(r)al e politicamente inquietante, aterrador, da Mulher que toma iniciativas em matéria amorosa e que conduz os ritmos e as formas específicas da nupcialidade ou que, de um modo mais geral, toma em mãos a condução dos "rituais de acasalamento", rompendo desse modo um tabu e uma ecologia da sexualidade que a igreja tinha conseguido impor como mandamento e imperativo moral absoluto e que o 'regime', sempre ávido de explorar e investir nas múltiplas formas de docilidade, contenção e renúncia, acolhera, por sua vez, entusiasticamente].

E se é verdade que a explosiva e torrencial, sempre excessiva, Taylor soube recuperar essa imagem de.... "vulva devoratrix" que tanto aterrorizava a, com frequência, no fundo, equívoca e 'problemática' virilidade oficial "fascista à portuguesa"; se é verdade, dizia, que Taylor soube muito bem recuperar [e inclusivamente 'reinvestir' de forma muito hábil na sua própria "ebuliente" imago profissional] essa citada componente de "devoradora de homens", já a de Fisher ficaria para sempre marcada por aquele [e uso aqui a expressão de um modo deliberadamente premeditado] "pecado original" que, de resto, a própria Debbie Reynolds mais tarde viria a "perdoar".

Em vida, Fisher publicou nada menos do que duas autobiografias "Eddie: My Life and Loves", já nos anos 80 do século passado e uma segunda, em 1999 intitulada "Been There, Done That" que despertaria, aliás, segundo a crónica, uma escandalizada rejeição, entre outros, por parte da própria filha que teve com Debbie Reynolds, Carrie Fisher, uma efémera estrela de "Star Wars" de George Lukas.

Fisher faleceu com 82 anos, vítima de complicações pós-operatórias.


Imediatamente a seguir um exemplo do que Eddier Fisher foi profissionalmente: música fácil, de irrecusável eufonia numa voz extremamente plausível, dúctil e elegante, globalmente muito móvel e muito agradável, nada... 'complicada': uma receita eficaz para o sucesso que logrou, como disse, de facto, a dado momento, alcançar.


sexta-feira, 24 de setembro de 2010

"Fernando Riera 1920-2010"


Morreu Fernando Riera, o técnico chileno que, em Portugal, foi, entre outros, treinador do Belenenses [clube com o qual esteve a um passo de ser campeão nacional] e do Benfica.

Com o Benfica, foi em três passagens pelo Clube, duas vezes campeão nacional e esteve numa final das Taça dos Campeões Europeus que o Clube com Eusébio, Coluna e Costa Pereira perdeu para o Milan de Schnellinger e Rivera.

Foi a primeira final da Taça dos Campeões Europeus que o Benfica não ganhou [no ano seguinte, voltaria a perder a final, dessa vez com o ultra-defensivo Inter de Helénio Herrera] depois de, com Guttmann, o "velho feiticeiro" austro-húngaro, ex-bailarino e astutíssimo psicólogo, ter vencido duas, uma contra o Barcelona e outra contra o Real Madrid.

Depois de Guttmann, o homem que dizia "não se importar que as suas equipas sofressem quatro golos desde que marcassem cinco", Riera fez figura de treinador pouco ousado, defensivo e perdedor.

Na Luz sofreu, com efeito, sempre com a 'maldição de Guttmann' contra cujo futebol de ataque [o célebre "passa-ripassa-chuta"] a sua própria concepção, mais artística e elaborada, do jogo foi sempre julgado; Guttmann que jurava que, depois dele, nunca mais o Benfica seria campeão europeu, "profecia" que, como é sabido, se cumpriria embora tivesse com Riera, feito uma carreira brilhante, interna e externamente, chegando, como disse, a essa final com o Milan com uma equipa verdadeiramente fabulosa onde pontificava Eusébio, à época uma estrela internacional, cobiçadíssimo em Itália que era, à época, o "país do futebol", em termos europeus.

Morreu aos 90 anos.

sexta-feira, 3 de setembro de 2010

"Morreu o Zé Torres"


Foi, desde o início, um mal-amado.

Sucessor do grande Zé Águas no eixo do ataque do Benfica, nada tinha a ver com a elegância rica em técnica do seu antecessor com o qual foi, porém, sempre exaustivamente comparado.

Em resultado da injustiça que é sempre comparar seres humanos, sejam eles futebolistas ou outra coisa qualquer, ao "bom gigante" couberam sempre apodos e alcunhas que visando apequená-lo acabaram por se inscrever no inconsciente colectivo do benfiquismo como outros tantos sinais de carinho, ternura e, "last but not least", mais do que merecido reconhecimento.

Por um desses apodos era conhecido lá em casa---onde toda a gente era---"como toda a gente", afinal...---'do Benfica'.

Era o "Canadá Dry", um refrigerante que, na altura, se distinguia dos restantes pelas garrafas altas e esguias com que se apresentava no mercado...

Se "não era o Águas" a jogar, nem por isso o Zé Torres foi o "tosco" que muita gente, iludida pelo seu estilo desengonçado, efectivamente pouco elegante, nada "canónico" e até um pouco trapalhão [o que estava, todavia, longe de significar «pouco eficaz»...] e pela sua altura, acreditou, sobretudo a princípio, que fosse.

Vi-o, por exemplo, jogar a defesa-central de recurso e, no "tempo do" Germano e da "defesa do Germano"... jogar bem.

Mas era, obviamente, como avançado-centro goleador, no eixo da "orquestra vermelha" onde brilhavam o Zé Augusto, o Eusébio, o Coluna e o Simões e que representou, do meu ponto de vista pessoal, o apogeu competitivo do Clube e até do futebol nacional, que o bom do Zé Torres ganhou o direito a figurar entre os "imortais" da "benfiquicidade"; foi, com efeito, aí, dizia, que o Torres se distinguiu---e de que maneira!---e acabaria por ganhar, no coração por razões óbvias, sobretudo dos benfiquistas o lugar de honra que ninguém ou coisa alguma lhe poderá, alguma vez, voltar a tirar.

Morreu ontem, com 71 anos, no término de uma longa doença que não soube fazer justiça à sua reputada jovialidade e, muito em particular, ao seu imenso coração.


É definitivamente um dos que nunca esquecerei!